
Moira Ricci, al contrario, lavora sulla fotografia come spazio di intervento e riscrittura. Il suo punto di partenza è spesso l’archivio personale e familiare, che viene rielaborato per costruire nuove narrazioni visive legate alla memoria, alla perdita e al tempo. In progetti come 20.12.53 – 10.08.04, Ricci inserisce digitalmente il proprio corpo in fotografie del passato, spesso legate alla figura della madre, creando immagini che non documentano un evento reale ma mettono in scena un desiderio, un dialogo impossibile, una presenza simbolica. Il suo modo di lavorare è concettuale e processuale: la fotografia non è considerata come prova del reale, bensì come materia flessibile, capace di tenere insieme verità emotiva e finzione. L’immagine diventa così uno spazio di negoziazione tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, e il lavoro dell’artista assume una dimensione intimamente autobiografica, pur mantenendo una forte valenza universale.

